FRANCO COGGIOLALodiamo ora uomini famosi, dice un versetto della Bibbia. Come
gli eroi del libro che James Agee intitolò con queste parole,
Franco Coggiola non era famoso ma avrebbe dovuto esserlo, perché una
parte importante della cultura antagonista della sinistra e della
cultura di resistenza e di lotta delle culture non egemoni è passata
attraverso le sua mani e la sua passione. Aveva un contatto diretto e materiale con la cultura popolare
di mezzo mondo, e al tempo stesso era un valligiano piemontese
assolutamente credibile e perfetto, silenzioso, ostinato e incrollabile:
una figura coltissima, locale e cosmopolita, senza confini e con
solide radici. Forse sarebbe stato imbarazzato se lo avessimo chiamato
intellettuale, ma lo era in modo originale e tutto suo, capace
di mettere insieme diversità di ogni sorta e al tempo stesso
preservare un’identità gelosa. Ma in questa fantasia
mi colpiva anche la sua idea di nascondersi per svelarsi: celare
il suo tesoro di conoscenze dentro una valle montana e aspettare
qualcuno che avesse almeno la voglia di ascoltarlo e sorprendersene.
Essere oscuro, sì; ma non inesistente, e tanto meno insignificante;
fare della propria oscurità una bandiera, coltivarla e dichiararne
l’assurdo; rifiutare di esibire il proprio sapere, ma suggerire
che se altri non lo vedevano e non lo usavano la colpa, e la perdita,
non era sua. Che è quello che potremmo dire non solo di
lui, ma di tutta quella cultura popolare e orale su cui ha lavorato
tutta la vita.
L’opera collettiva d’amore a cui Franco Coggiola ha
dedicato la vita è un archivio, il primo e più grande
archivio sonoro delle culture non egemoni in Italia, uno dei maggiori
d’Europa. Non era solo un deposito di documenti; era la matrice
e l’anima di una gamma variata di iniziative e di progetti,
la “placenta” (fu Giovanna Marini a definirla così)
di una vita culturale di opposizione. Nei momenti difficili quando
per molte componenti dei movimenti antagonisti dire memoria era
come dire una parolaccia, quando la musica popolare era prima venduta
come una moda e poi dimenticata come un anacronismo, Franco Coggiola
ha continuato a lavorarci come se niente fosse - quasi da solo,
praticamente senza stipendio, senza nessuna certezza del futuro,
snobbato da istituzioni pronte a finanziare qualunque moda ma indifferenti
di fronte alla storia - senza lasciarsi turbare da chi, sbagliando,
gli diceva che era inattuale e fuori del tempo. Era silenzioso e indistruttibile come la memoria - come la memoria
dei documenti che raccoglieva, salvava, e rimetteva in circolo;
e come la memoria vivente, di cui lui stesso era portatore, di
tutta la storia cresciuta attorno a Gianni Bosio, al Nuovo Canzoniere
Italiano, ai Dischi del Sole, all’Istituto de Martino dagli
anni ‘60 in poi. far crescere la memoria per restare vivi.Alessandro Portelli
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