3 giugno 2016

Chi siamo

Il Circolo Gianni Bosio lo fondammo a Roma nel 1972, a casa di Giovanna Marini: c’erano Paolo Pietrangeli, i componenti del Canzoniere del Lazio, un gruppo di teatro e di musica che si era chiamato Collettivo Gianni Bosio, e varie persone sparse. Per parecchi anni ha avuto sede a San Lorenzo, un quartiere romano di grandi tradizioni politiche antifasciste, diventato negli anni ’60 e ’70 anche un luogo deputato della nuova sinistra giovanile. Fondammo prima un bollettino e poi una rivista dal titolo “I giorni cantati”, che ebbe molte reincarnazioni fino all’inizio degli anni ’90, e una scuola di musica da cui prese le mosse il lavoro di Ambrogio Sparagna (non a caso la sua orchestra di organetti si chiama ancora Bosio Big Band), facemmo ricerca su campo di musica popolare, scoprimmo la storia orale, organizzammo spettacoli e seminari.
Poi i tempi si fecero più difficili, anche perché non avevamo sponsor: avevamo sempre insistito su una identità unitaria (uno dei pochi luoghi, in quei tempi, in cui compagni del PCI e della nuova sinistra lavorassero insieme, su contenuti e progetti), per cui non appartenevamo a nessuno; e avevamo sempre insistito sulla capacità di fare da soli, di contare sulle nostre forze senza dipendere da sostegni istituzionali che peraltro nessuno ci offriva. Forse era uva acerba, ma era così.
Poi le cose divennero ancora più difficili, il movimento che avevamo individuato come nostro interlocutore si andò rarefacendo, la musica popolare ebbe una fase di eclissi, e mentre il nostro lavoro veniva crescendo e affermandosi sul piano individuale, come collettivo non ce la facevamo più nemmeno a pagare l’affitto dell’umido seminterrato di San Lorenzo (tanto umido che dovemmo rinunciare al nostro progetto più importante: l’archivio sonoro. Mettere i nastri lì dentro significava distruggerli). Portammo avanti ancora la rivista per un po’, facemmo un grosso convegno per il ventennale della fondazione, ma di fatto all’inizio degli anni ’90 il Circolo Gianni Bosio non esisteva più. Però esistevamo ancora noi, come singoli che continuavano ad avere le stesse passioni di sempre, e soprattutto come un gruppo di amici che erano tenuti insieme dalla storia comunw e da quelle passioni condivise.
Così dopo un po’ di estati e di cene insieme, nel 1999 ci venne voglia di ricominciare: mandammo un messaggio in giro e alla “cena di reinaugurazione” che facemmo al Baffo della Gioconda – un locale di movimento che stava proprio in quello spazio di via degli Aurunci dove avevamo avuto la prima sede del Circolo – ci trovammo un centinaio di persone, tutte legate in modi diversi alla storia del Circolo (compresi modi di cui non ci eravamo nemmeno accorti a suo tempo: l’influenza del Circolo era andata oltre quello che pensavamo). Poi presero contatto con noi persone più giovani, che venivano da studi di antropologia e di storia all’università (ma, soprattutto, da un rapporto con i compagni della Lega di Cultura di Piadena), e da lì abbiamo. ricominciato.. E siamo riusciti a fare cose che allora avevamo solo desiderato, a partire dall’archivio.
Forse aveva ragione il poeta De Acutis, quando la sera del 4 giugno 1999 in cui reinaugurammo il Circolo, cantò che era “solo sopito, non era mai morto”. Almeno nella nostra passione, è sempre stato cosi.
di Alessandro Portelli
in “Il de Martino“. Rivista dell Istituto Ernesto de Martino
n.16-17 – 2005. Giorni cantati. La seconda vita del Circolo Gianni Bosio
Giovanna Marini sul Circolo Gianni Bosio
È un modo di vivere, di essere, e di pensare che unisce alcune persone e non altre. Uguali? Simili? Non necessariamente. Sta sul fondo e ci si riconosce. Un’identità nel pensiero politico? Non serve.
Una passione per il canto popolare? No. Sta sul fondo. Stesse letture, stessi amici, stessi abiti, stessi film? Non proprio, non solo. Un’ in-sopportazione dell’ingiustizia, della sopraffazione fisica e culturale, dell’ignoranza crassa e colpevole e compiaciuta, della volgarità fine a se stessa e complice, del disprezzo verso i diritti dell’uomo, dell’arroganza, del ladrocinio sfacciato e impunito garantito da amici potenti che ti salvano? Senz’altro ma questo grazie a Dio non è tanto raro, gente per bene ce n’è, ma non sa dove riunirsi.
È solo un centro dove sono accumulati, grazie al lavoro prima solo di Sandro Portelli, e poi di molti altri, nastri, atti, filmati, pieni di memorie della gente. Ricordi importanti da due punti di vista: quello del conoscere come si viveva un tempo, ma questo è poco, e soprattutto dell’avere testimonianze di quanto la gente sia stata capace di sacrificarsi e lottare per ottenere quello che le sarebbe spettato di diritto. La casa, il lavoro, il rispetto, un orario di lavoro vivibile, una paga, un pezzo di terra per chi ne viveva di mestiere, il vivere in pace senza dover correre a destra e a sinistra a rischiare la vita per gli interessi di un gruppo di incoscienti o per liberare il proprio paese dall’occupazione di chi non ci doveva stare.
Perché questo avrebbe avvicinato tanta gente e garantito il successo di ogni iniziativa per affluenza di pubblico, interesse della stampa, volontariato, contribuzione? E tutto questo proprio in un momento in cui soldi non ce ne sono, le attività culturali non sono incentivate dai disegni governativi, anzi se possibile stroncate, e si dice che i giovani si interessino soprattutto al calcio e alle discoteche e della memoria, della storia, degli usi e costumi della gente non gliene importi assoluta- mente nulla? Forse proprio per questo.
Il Circolo Gianni Bosio fa parte di quelle iniziative di cui si sente improvvisamente la mancanza e allora si vanno a cercare. Mentre scrivo sto pensando quali sono le altre cose di cui sento la mancanza.
Tutto quello che in qualche modo mi garantisce che lì non sto perdendo tempo, anzi sto costruendo.
E lì, al Circolo, si costruisce. Nasce un archivio che tutti possono consultare, a disposizione, nasce una Scuola di musica con classi d’insieme e classi individuali, con insegnanti appassionati, e questo è l’importante, che si sforzano di elaborare una comune didattica, e questo anche è fondamentale. Tutto quello che si fa deve essere unico, che non si trovi altrove, questo garantisce non solo il successo dell’impresa ma che si sta facendo un vero lavoro politico in profondità.
Nasce una Sbanda, banda a disposizione delle necessità politiche del momento. Tutti cercano di sopravvivere ma al Circolo Gianni Bosio si sopravvive insieme, elaborando, inventando. Quest’anno si svolge una lunga rassegna di cinema etnografico. Passano davanti agli occhi di spettatori che si sono affollati nella piccola sala della Discoteca di Stato immagini di una vita durissima, una miseria straziante, di un’Italia di solo cinquant’ anni fa, e questo fa riflettere, come disse Adelmo, figlio di Aldo, terzo dei fratelli Cervi: “Ma come? Abbiamo sacrificato sette vite, i nostri padri, la serenità e la pace della nostra famiglia, il sorriso e la gioia di tutti noi per sempre, e siamo arrivati a questo? Abbiamo lottato tanto, sofferto tanto, per ritrovarci a questo? Ma allora a che serve lottare?”. Ecco, guardando quelle immagini di vita così dura per tutto l’anno alla rassegna del Circolo -una catapecchia vuota, completamente spoglia, bambini malnutriti, donne trentenni spente, sedute con la famiglia dopo una giornata di lavoro durissimo davanti a un caminetto spento: una camera vuota, senza ,nemmeno il letto, con famiglie di dieci, quindici persone – questo abbiamo visto e abbiamo capito: questa era l’Italia, poi è arrivata l’America… oggi abbiamo il telefonino e le famiglie non sono più di quindici persone ma “cellulari”, i vecchi pongono un problema.
Mi direte: su su, non basta una rassegna di antichi documenti filmati per cambiare lo sfacelo in cui stiamo attualmente. Certo che no. Ma un Circolo come il Gianni Bosio, in cui i concetti sono innanzitutto eticamente corretti, le aspirazioni sane, lo studio orientato ad andare in profondità, il pubblico portato a riflettere sulla realtà e non archiviarla nel “tanto è così, che ce voi fa”‘, questo è un esempio di quanto e di come si deve lavorare per cambiare le cose. Minutamente, nel particolare, nello studio, nella costanza, nello stabilire immediatamente rapporti corretti con gli altri. Sapete cosa dice questo ai giovani? Dice che i sogni sono possibili, che si realizzerebbero, se tutti si comportassero così: basta uno che dice “voglio fare la fila senza passare davanti agli altri” e già questo è un passo avanti esemplare contro l’arroganza, contro la prevaricazione, e c’è il resto della fila che impara, che apprezza. Sono convinta che con organismi come il Circolo Gianni Bosio si possono cambiare le cose, basta che ce ne siano tanti. Sì, lo so, ho l’ottimismo di quello che si butta dal decimo piano e passando per il quinto dice: “Fin qui tutto bene”, ma so anche che solo con cose come il Circolo Gianni Bosio, toccando terra non ci sfracelleremo.
di Giovanna Marini
in “Il de Martino”. Rivista dell Istituto Ernesto de Martino
n.16-17 – 2005. Giorni cantati. La seconda vita del Circolo Gianni Bosio
Premessa dello Statuto del Circolo Gianni Bosio

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