in ricordo di
Raffaele Marchetti


Raffaele Marchetti e le cantrici della Passione di Giulianello
Domenica 8 maggio è scomparso Raffaele Marchetti, avvocato di Giulianello (in comune di Cori, in provincia di Latina), ma soprattutto grande ricercatore di cultura e musica popolare della provincia romana e dei monti Lepini ed organizzatore di iniziative di salvaguardia e valorizzazione dei patrimoni culturali materiali e immateriali delle sue terre. Carattere difficile e testardo, ma generoso nel suo impegno, militante del PCI prima e dei DS poi, ha vissuto questa dimensione non solo come una passione ma con il senso di una missione. Infatti sentiva su di se la responsabilità di appartenere ad una famiglia che a Giulianello si era impegnata per il riscatto delle popolazioni contadine (coloni e braccianti delle tenute ex Borghese di Giulianello e Torrecchia, passate alla famiglia Sbardella). Suo bisnonno, Raffaele, era stato uno dei primi a seguire l’attività del parroco don Alarico Ciotti (che ai primi del 900 scelse di abitare in una casa contadina e non nel palazzo padronale, com’era consuetudine e avviò un’opera di ricostruzione religiosa basata sulla contemporanea alfabetizzazione e sul riscatto sociale) e ad applicarsi sull’apprendimento della lettura, scrittura e musica. Così pure suo figlio Gioacchino che, come suo padre, cercò di trasferire ciò che apprendeva agli altri contadini. E il figlio di Gioacchino, Salvatore, padre di Raffaele, fece il salto in avanti: divenne maestro elementare e si diplomò a Santa Cecilia, promuovendo poi la banda municipale e due cori, maschile e femminile e intrecciando la promozione della lettura e scrittura con quella della musica, dotta e popolare. Parallelamente a queste vicende della prima parte del XX secolo ed oltre, fino al grande cambiamento italiano degli anni 60, nel paese fu vivissima (anche durante il fascismo) la tensione sociale, che esplose particolarmente nei due dopoguerra. Impostata da don Alarico, la lotta contadina – grazie all’avvocato Luigi Celli – si svolse tanto sul piano della lotta sociale e contrattuale quanto su quello della lotta giudiziaria per la rivendicazione degli usi civici. E questa si protrasse fino alla fine degli anni 80, sostenuta dalla genialità e dall’impegno dell’avvocato Guido Cervati, un dei massimi esperti in proprietà collettive ed usi civici, affiancato dalla collaborazione seria e incisiva dell’avvocato Athena Lorizio. E di questa Raffaele non conservò solo la memoria, ma ne fu protagonista diretto, frequentando lo studio Cervati come la sua seconda scuola di formazione (dopo l’Università) non solo professionale e giuridica. Infatti Cervati era uno degli ultimi rappresentanti di un’avvocatura meridionale di scuola napoletana (ma aperta alla cultura europea), aveva una levatura intellettuale molto alta e un patrimonio di conoscenze esteso alla cultura socioeconomica (particolarmente marxista), alla storiografia medievale e moderna, alle culture popolari e al folklore giuridico. La vertenza fu lunga e si concluse vittoriosamente ai primi del XX secolo, dopo oltre 85 anni ! La scoperta della storia e della memoria della sua comunità contadina aveva spinto Raffaele Marchetti a cercare interlocutori che potessero consolidare e sviluppare i suoi interessi: ed a tale riguardo era stato decisivo per lui l’incontro con il Circolo Gianni Bosio di Roma e con Sandro Portelli che lo animava ed anima. Fonti orali, canzoni e poesia popolare, dialetti, usi religiosi e civili, alimentazione popolare, erano diventati terreni di ricerca e di promozione culturale popolare, in una visione nella quale la cultura del luogo era fonte non tanto di identità esclusive quanto di coscienza aperta e solidale a chi aveva condiviso e condivideva culture e condizioni sociali. Aveva riproposto e aggiornato la storia di Giulianello di don Silvestro Radicchi e le memorie di lotte contadine di Arturo Innocenti, aveva fatto conoscere la Passione e la Pasquella di Giulianello e i canti del pellegrinaggio alla Santissima Trinità di Vallepietra, aveva ogni anno replicato incontri fra/con poeti in ottava rima. Impegno di scoperta storica, culturale, scientifica e ambientale era stato quello in difesa del Lago di Giulianello dalla devastazione della zona prevista dalla realizzazione della bretella stradale (soprattutto camionale) tra Cisterna e Valmontone. Le iniziative – sostenute con scarso impegno e convinzione dalla politica della sinistra pontina e romana – sono servite a rinviare di circa un ventennio la realizzazione del nefasto progetto, ma poco prima della scomparsa di Raffaele la giunta regionale ha detto l’ultima parola di assenso alla sua realizzazione.

Antonio Parisella

 
Giulianello - 27 agosto 2007 - Raffaele Marchetti parla del Circolo Gianni Bosio e della Passione di Giulianello con una delle donne che la cantano e con Alessandro Portelli
 

Il primo incontro con Raffaele Marchetti e quello che ci ha insegnato

1. Questo articolo deriva da un documento preparato per la discussione interna del Circolo Gianni Bosio. Le ipotesi di lavoro che vengono avanzate, e parzialmente sviluppate con primi esempi di ricerca, in questo intervento, sono un tentativo di collegare un’esperienza collettiva di lavoro sulla cultura operaia e contadina con le indicazioni scaturite dai movimenti di lotta dei giovani, delle donne e degli emarginati soprattutto a partire dal 1977. Perciò quello che ci proponiamo non è un’ennesima indagine sul “problema giovanile”, con tutti i rischi che questo comporterebbe in termini di interclassismo e genericità, ma un tentativo di riaprire le nostre definizioni della cultura di classe alla luce di esperienze finora trascurate […].

2.Il Venerdì santo del 1977, pochi mesi dopo l’occupazione della facoltà di Lettere a Roma, sono stato a Giulianello, una frazione del comune di Cori, in provincia di Latina, poco oltre Velletri, per fare delle registrazioni di musica popolare con la collaborazione di un compagno del posto. Giulianello fino a dopo la guerra aveva ancora il latifondo, e il paese ha una riconoscibile struttura feudale, col castello padronale piantato in mezzo e la piazza che sembra poco più della sua aia. Anche dopo l’occupazione delle terre nel dopoguerra, i rapporti sociali sono rimasti a lungo impregnati di paternalismo, con quell’apparente familiarità e benevolenza del padrone verso i contadini che caratterizza la comunità feudale.
Registrammo diverse cose interessanti: una versione assai bella e completa della “Passione Italia Centrale I”, eseguita da un gruppo di donne in una processione da cui erano esclusi i preti; alcune canzoni satiriche e politiche locali del dopoguerra (“Baffone mio degli angeli \ ti aspettavamo alla Stazione Termini”: dopo la sconfitta del 1948 l’autore l’aveva cantata al padrone, ricevendone gli elogi per la sua bravura). Ma l’esperienza culturale per me veramente nuova e inattesa fu una conversazione informale con Raffaele Marchetti, il giovane compagno che mi aiutava nella ricerca. Naturalmente non registrai niente: non mi veniva in mente che uno studente in legge poco più che ventenne potesse essere una “fonte storica”, un “portatore di cultura popolare”. Perciò ricostruisco il suo racconto a memoria, sula base di appunti presi subito dopo, n modo credo abbastanza fedele per quanto riguarda i fatti, ma con la inevitabile rinuncia al suo notevole stile di narratore popolare, arricchito dagli strumenti del militante politico.
“A vivere in un paese”, cominciò, “c’è un grande senso di comunità, di appartenenza, di non essere soli. Ma c’è anche il peso gravoso del controllo sociale, delle norme e delle sanzioni collettive non scritte: la stessa rapidità di circolazione delle notizie, che costituisce un elemento di sociabilità quotidiana, è anche il segno dell’impossibilità di sfuggire al controllo, di possedere uno spazio privato. Così stanno le cose – o almeno, così stavano finché i giovani non hanno detto basta”. In altre parole, la più grossa lotta dopo l’occupazione delle terre è stata la lunga guerra di posizione combattuta dai ragazzi per liberarsi dei rapporti feudali anche sul piano delle cultura e delle relazioni interpersonali.
“E’ cominciato quando finalmente misero la scuola media in paese. Di una settantina di ragazzi che si iscrisssero alla prima, fummo solo sei ad andare al ginnasio a Velletri; e il primo anno fummo bocciati tutti. L’unico che ha continuato la scuola sono stato io”. Ma l’impatto con Velletri fu un trauma, con l’uscita dal paese feudale e il conflitto col mondo moderno, sia pure in una dimensione poco più che paesana. “Noi di Giulianello abbiamo passato umiliazioni continue. Dai professori, perché sbagliavamo i temi scrivendo in dialetto, e non sapevamo che c’era un altro modo di esprimersi: mi ricordo la lite con un professore perché avevo scritto ‘formicola’ invece di ‘formica’, e non vedevo dove fosse l’errore; io l’avevo sempre chiamata così E dai coetanei: non conoscevamo le mode, non sapevamo niente di quello che dicevano e facevano loro, non avevamo mai sentito parlare dei Beatles”.
Ma da questo processo di iniziazione i ragazzi di Giulianello riportarono in paese tutta la forza emancipatrice del consumismo. I grandi fatti collettivi furono che i giovani cominciarono a non andare più disciplinatamente a messa la domenica e a non ripresentarsi in orario per i pasti in famiglia. Insomma, si allentarono i tradizionali strumenti del controllo sociale. Raffaele ricorda i momenti di rottura di questo ordine costituito come si ricordano i grandi fatti storici, col nome e il cognome dei protagonisti. Come altri potrebbero raccontare che fu a dirigere l’occupazione delle terre, lui racconta i grandi conflitti della propria storia: “Il primo fu Luigi, che si presentò in paese con le scarpe senza le calze. La gente disse che era logico, perché anche sua madre, anni prima, era andata in giro d’estate senza calze, e lui aveva preso di lei. Poi ci fu Rita, che andò a ballare ad Artena e nessuno poté impedirglielo; anche qui, la gente disse che era perché non aveva il padre a controllarla”. Insomma, i primi esempi vistosi di anticonformismo si verificarono in situazioni in cui gli anelli del controllo erano più deboli. “Io feci una lotta di due anni”, racconta Raffaele, “per farmi crescere i capelli fino a corprirmi le orecchie. C’erano due barbiere in paese, uno di Giulianello e l’altro che aveva le idee un po’ più aperte perché era di Cori [Artena, Cori, Velletri in questa storia hanno quasi la funzione di Parigi ]. Così noi ragazzi andavamo da li, e ci tagliava i capelli ogni volta impercettibilmente più lunghi. Mio padre li vedeva allungarsi ma non poteva dire niente perché non c’era mai una differenza visibile. In capo a due anni avevo le orecchie coperte”.
Questa dunque è la storia sociale di un paese tra i Castelli Romani e la Ciociaria, dall’occupazione delle terre ad oggi. Glielo feci notare, e poi aggiunsi un’osservazione: a me sembra di capire che c’è stata una generazione che ha fatto il fascismo e le lotte per la terra; e poi un’altra che ha fatto i Beatles e, magari di riflesso, il ’68-’69. In mezzo che cosa c’è stato? Quello che avevano 18-20 anni tra il 1955 e il 1960, che non sanno più le canzoni popolari di tradizione orale e che non sono entrati in contatto con le esperienze culturali successive, che esperienza hanno avuto? Ho sempre avuto l’impressione, e la storia di Raffaele sembrava confermarla, che si trattasse di una specie di “generazione saltata”, almeno dal punto di vista culturale. La risposta i Raffaele fu più che una conferma: fu la rivelazione di quali tensioni drammatiche ci sono sotto la storia dei Beatles, delle scarpe, dei capelli lunghi. E’ vero. Infatti devi sapere che qui a Giulianello ci saranno almeno una trentina di maschi di quella generazione, ora fra i trenta e i quaranta anni, che non si sono mai sposati. Non gli stava più bene di sposarsi su indicazione della famiglia – “vai dalla tale a stringere il contratto, che già stiamo d’accordo”. Ma non avevano ancora i mezzi per entrare da soli in contatto con le ragazze: non c’erano le feste, non c’erano occasioni d’incontro”. Una percentuale così alta di scapoli della stessa età, in un paese che avrà sì e no un migliaio di abitanti, è un fatto antropologico di prima grandezza: è un’indicazione di come si sono riflesse sul piano del personale le trasformazioni politiche seguite alla fine del latifondo, di come si sia verificata una rottura drammatica e traumatica nei processi di formazione della famiglia.
Un’ultima riflessione di Raffaele riguardava quella che io avevo definito la funzione emancipatrice del consumismo: “I Beatles, i capelli lunghi, le feste, l’anticonformismo nel vestire hanno rotto l'immobilismo, hanno coagulato una generazione di giovani più attivi, coscienti, aperti, anche più disponibili politicamente: Ma ora che in parte ne sono fuori, sento il bisogno di ritornare sulla storia del paese, sulle sue tradizioni, sulle memorie di lotta, sul complesso della cultura contadina, per ristabilire un’identità, per ricompormi”. Per ora, i suoi coetanei non condividono questo interesse e lo chiamano “il nostalgico”, perché credono che sia solo il rimpianto di cose passate. E’ una battaglia culturale difficile, in parte isolata; ma lui è consapevole della sua importanza politica.

3.Dal racconto di Raffaele Marchetti emergono dunque diversi spunti e suggerimenti, specialmente se teniamo conto del fatto che conflitti analoghi negli stessi anni si sono verificati non solo nel suo paese, ma in tutta Italia, anche se magari in forme diverse. Il primo invito riguarda il superamento della storiografia dell’evento. Anche se Raffaele identifica nelle rotture operate da Luigi o da Rita i momenti salienti della storia della sua generazione, pure questi momenti hanno un senso solo come manifestazione di tensioni continue e latenti disseminate nella vita quotidiana di tutti.
[…] Un altro spunto riguarda la possibilità d rendere meno separati dalla storia del movimento operaio grandi movimenti di massa come quelli del ’68 e del ’77, in cui la decisa opzione anticapitalistica non ha coinciso con una prevalente partecipazione e tanto meno con una direzione politica operaia. Se ci rendiamo conto però del fatto che questi movimenti hanno espresso e messo in discussione problemi e contraddizioni che sono presenti anche nella cultura operaia e che riguardano la cultura della classe operaia, riusciamo in parte a metterli in rapporto con la storia di classe senza per questo perdere di vista la centralità dell’interlocutore operaio. Infine, c’è l’indicazione che la cultura operaia e il suo retroterra contadino non sono solo cose appartenenti alle generazioni passate, e che gli informatori non sono esclusivamente gli anziani. Nel fare ricerca sul campo, il fatto di andare a cercare sempre “i vecchi” è stato una fonte di imbarazzo. Anche senza rovesciare questo dato per cercare solo i giovani, è utile renderci conto che anche i ventenni possono essere portatori di cultura di classe, e che anche da loro possono venire suggerimenti per le rilettura del passato. Oltre tutto questa lettura permette anche un riavvicinamento (non un’identificazione) tra ricercatore e informatore. Si possono spesso mettere a confronto esperienze comuni, vicende culturali che hanno dei punti di contatto, anche se in prospettive diverse. Riuscire a capire, con questa nuova ottica, che la storia delle leghe bracciantili, delle occupazioni delle terre, delle lotte operaie, non si interrompe due generazioni fa ma si trasforma per continuare fino a noi significa capire che questa storia è anche la nostra storia, che in qualche modo non semplicemente solidaristico ed emotivo ci siamo dentro anche noi. […]

da Cultura operaia, condizione giovanile, politicità del privato: ipotesi per una verifica sul campo (Sandro Portelli, Rivista di Storia Contemporanea, 1, 1978, 66-83)